Miki Carone

Atelier Blu, Studio d'Arte Contemporanea

i testi

La scala per l’infinito

FRANCO CASSANO

Tra Ravenna e Bisanzio è il punto d’arrivo di un lungo percorso,  un’ ispirazione che non emerge all’improvviso, ma si preannunzia seminando sul proprio cammino avvisaglie e presentimenti, come una luce che all’inizio è solo intermittente e lontana, ma poi lentamente conquista il campo. L’ itinerario creativo di Miki Carone parte, negli anni Settanta, da gesti di ribellione all’ordine costituito dei significati, dal rifiuto della retorica e della mitologia del progresso.

E l’irriverenza collega Il gioco degli indiani (1977), in cui la storia viene vista dalla parte dei perdenti, i pellerossa americani, a Meticcia e New Generations (1996/1999), in cui l’accostamento ironico dei miti della cultura di massa a quelli della tradizione classica mira a giocare gli uni contro gli altri e ad incrinare la pretesa di ciascuno di occupare il centro della scena ( “ non avrai altro mito all’infuori di me ” ). Con le sue dissonanze l’ironia indebolisce la pretesa totalizzante dell’ideologia del progresso e decostruisce l’arroganza di chi pretende il monopolio del senso.

E’ già visibile con chiarezza un aspetto importante del percorso di Carone: la critica, anche quando è netta e limpida, non perde mai la tenerezza e il gioco della dislocazione degli eroi infantili mira a conservare il rapporto e ad evitare l’asprezza.Ma lentamente l’estraneità alle mitologie dominanti e la tenerezza trovano una sintesi più matura, diventano forza positiva e costruttiva, e sulla scena compaiono sempre più frequentemente alcuni colori, alcune figure, e infine alcune tecniche di composizione. Già all’inizio degli anni Novanta incominciano ad emergere lune e cammelli, deserti colti verso la fine del giorno, isole dei desideri e Sirene. Arriveranno poi, proprio in Tra Ravenna e Bisanzio, anche pietre preziose, iscrizioni misteriose, da cui s’irradiano significati in apparenza ermetici, ma che risultano tali solo a chi, prigioniero del fast food dell’anima, ignora il tempo della meditazione. Emerge sempre più un azzurro-blu, un azzurro-penombra, colto un momento prima della notte, che si diffonde su tutto il paesaggio, s’irradia sulle figure e diventa il vero protagonista.

L’azzurro-blu è il colore del cielo, il colore con cui l’atmosfera traduce il suo delicato gioco di vibrazioni ai nostri occhi. E’ il colore del nostro pianeta quando l’uomo lo guarda dallo spazio, il colore del mare, il colore che annuncia l’arrivo e la presenza dell’infinito. Attraverso questo blu si esce dal tempo lineare e ci si affaccia sull’idea di un altro tempo, nel quale le angosce dell’inseguimento e del possesso si allentano e scompaiono. Si rovesciano i rapporti tra cielo e terra, e l’infinito torna a contare nella vita degli uomini.Questo affacciarsi dell’infinito rende sempre più astratta e stilizzata la rappresentazione degli oggetti e degli animali, che perdono la loro materialità e diventano immagini mentali, figurine della giostra circolare del senso. Talvolta l’astrattezza cresce fino a diventare un mandala, con la fitta rete di intrecci geometrici che rinviano all’infinito.

Azzurro-blu, simmetria, stilizzazione, l’emergere di una luna che non è la luna di ogni cielo, ma quella araba, che è già in sé un’ icona. Verso questa luna, che ha sempre lo stesso taglio, ed è spesso accompagnata da una stella, Carone protende e appoggia una scala, un transito verticale tra il finito e l’infinito. La scala tra terra e luna è un simbolo antico ed è un motivo ricorrente nell’opera di Carone, ma essa non mira alla conquista, ma ad una nuova confidenza tra terra e cielo. Il desiderio non vuole sbarcare sulla luna per imporvi bandiere, non è un appropriarsi, un afferrare, un possedere. La proprietà è il contrario dell’infinito, la stolida presunzione del finito di poter sopravvivere afferrando e recintando. Quella scala verso la luna è il movimento contrario, è porre l’infinito al centro dell’attenzione, e i suoi pioli sono i gradini della liberazione da tutto ciò che è inutile.

La luna è di tutti, ognuno di noi può essere padrone solo della scia luminosa che essa traccia per lui. La luna manterrà il suo valore solo se riusciremo a tenerla a distanza, se continueremo a raggiungerla solo con le scale o come il barone di Mûnchausen. Dal cielo si affaccia ogni tanto anche una strana conchiglia al cui centro c’è un’ iride scura, che la tradizione islamica, con il suo pudore per ogni antropomorfismo, chiama “ l’occhio di Allah ”. L’occhio è circondato da tante piccole perline, le lacrime di Dio di fronte allo spettacolo del mondo. Ma questo dolore non si vale del clamore, richiede attenzione per il cielo, la capacità di ospitarlo dentro di sé in un mondo in cui esso viene cancellato dall’ inquinamento luminoso, e torna soltanto come uno spettacolo da baraccone nel giorno di S. Lorenzo, un Luna Park per spettatori ignoranti, in cerca di emozioni industriali. Ecco perché le stelle cadenti non arrivano mai: esse hanno bisogno di fede, di attesa, solitudine e silenzio, e disertano i carnevali estivi e le cattedrali del rumore. E infine il mosaico, questo gioco di pazienza e montaggio, questo lento costruire le figure partendo da piccole tessere, che trovano un ordine man mano che entrano nella composizione.

Ognuna di esse è preziosa e importante, ma il suo senso diviene visibile solo quando essa si connette a tutte le altre. Anche qui una ricerca di armonia, di equilibrio, di misura, un mettersi alle spalle l’egotismo della società, ma anche quello dell’artista, la sua impazienza anarchica, un piegarsi alla durezza dei piccoli frammenti, un doverli prima cercare e poi blandire umilmente per convincerli ad entrare nel quadro, nel grande gioco di squadra dell’infinito. Il mosaico aumenta l’astrattezza della rappresentazione, che perde ogni sembianza naturalistica e diventa figura, prodotto immaginale, interposizione dello spirito. Comporre l’insieme è uno straordinario esercizio spirituale, in cui ogni tessera è una pietra filosofale che illustra l’importanza dell’armonia.

Esso va guardato a lungo e in silenzio, sapendo vedere insieme i frammenti e il tutto, la trama armonica che li lega. Il collocare questo lavoro tra Oriente e Occidente non è una facile e generica evocazione esotica per ammaliare il curioso o il visitatore. Il mosaico è un punto di unità del mondo mediterraneo, prima degli scismi e prima della contrapposizione religiosa, vive tra Ravenna e Bisanzio. Ma esso ritorna ovunque vive il piacere sottile di costruire con un altro tempo, con un ordine silenzioso, fatto di attesa, pudore e pazienza, dove l’autore non è affetto dal volgare esibizionismo che tanto amiamo noi dell’Occidente. “Tra Ravenna e Bisanzio”è anche uno scavare dentro i nostri percorsi, chiedersi quanto la contemplazione, così cara all’universo dei mosaici e delle icone, abiti ancora nel nostro mondo, divorato dalla fretta e dall’ansia del possesso. Una modernità roboante e piena di sé l’ha cacciata nell’angolo come un’incomprensibile sopravvivenza, come compagna di viaggio dell’arretratezza e del sottosviluppo.

Ma non è forse sottosviluppata proprio quella cultura che pensa che il suo roteante vociare sia spiritualmente superiore al raccoglimento, al silenzio, al rispetto, una cultura che ignora le scale e i passaggi disegnati dall’immaginazione per arrivare al cielo? Con grande garbo e misura Carone ci permette di intendere sia la continuità sia gli sviluppi del suo percorso. La ribellione non è scomparsa, ma si è approfondita, non è più solo un no, ma anche un sì, è la costruzione di una cosmologia diversa da quella dominante, il desiderio mediterraneo, azzurro-blu, di armonia tra uomini e cosmo, un ritornare alle origini che non è regressione, ma il modo migliore per andare avanti.

I mosaici di Carone hanno attraversato compiutamente la modernità tecnologica, conoscono l’immagine elettronica e la microscopica rete dei pixel. Ma, invece di festeggiarla rimanendo in superficie, cercano di ritornare al segreto dell’immagine, alla sua radice più antica, ad un’arte paziente e profonda, libera il più possibile dalle lusinghe del tempo reale, dal virtuosismo dell’ultima tecnologia. La serenità che viene trasmessa dalle immagini di Carone non è ingenua, ma viene da un lungo percorso, ha attraversato l’ansia dell’innovazione e delle avanguardie, il rincorrersi sempre uguale dei superamenti, e alla fine è evaso dalla logica orizzontale dell’inseguimento e ha scelto il simbolo della scala.

A questo punto non siamo più ad Oriente o ad Occidente, ma stiamo salendo e percependo l’unità del mondo dentro quella più grande dell’universo. E’ uno scavalcare i confini, seguendo le rotte dei colori, delle pietre e delle figure. Carone sembra dire: chi sa rompere l’angoscia del tempo lineare e ritrovare il piacere della contemplazione e del silenzio, non è né povero né perso, perché guadagna un’immensità.